Amici e amiche momose, ho bisogno di una vostra opinione: leggete questo mio racconto e poi commentate dando un punteggio, da 1 a 10, se volete aggiungere pregi e difetti, ben accetti!
Grazie infinite!:
<A volte i ricordi sono come un album fotografico.
Un giorno ti metti seduta sulla poltrona e arrotolata dentro una morbida coperta, anche solo con lo scopo di cercare riparo o un abbraccio immaginario, sfogli quello che è stata la tua vita.
Questo era quello che pensavo un giorno, fissando verso il vuoto, seduta sulla poltrona della mia minuscola mansarda e tenendo tra le mie braccia tutti i miei ricordi.
Un giorno ti metti seduta sulla poltrona e arrotolata dentro una morbida coperta, anche solo con lo scopo di cercare riparo o un abbraccio immaginario, sfogli quello che è stata la tua vita.
Questo era quello che pensavo un giorno, fissando verso il vuoto, seduta sulla poltrona della mia minuscola mansarda e tenendo tra le mie braccia tutti i miei ricordi.
Era novembre, ed era
passato qualche giorno dall'accaduto. Pioveva quel giorno, e
il rumore della pioggia battente sul tetto mi fece
cadere le lacrime. Quella volta riscoprii il loro sapore, un
retrogusto agrodolce come il sangue. Quel pianto era una scusa per
far compagnia al cielo.
Continuavo a fissare il
vuoto, rivedendo quei ricordi scorrermi, felici.
Io non ero felice, non lo ero più. Mentivo, sorridendo al vuoto per paura che anche i fantasmi del passato potessero vedere quell’attimo di debolezza.
Non dopo che pensavo di aver perso il mio sogno più grande, in un soffio.Avevo trascurato tutto il mondo comune che mi circondava per raggiungere ciò che stava per tramutarsi nel mio sogno perfetto, di cui ormai ero succube. Ma era troppo forse , troppo pericoloso per me… e io mi sentivo piccola e impotente per reagire.
Io non ero felice, non lo ero più. Mentivo, sorridendo al vuoto per paura che anche i fantasmi del passato potessero vedere quell’attimo di debolezza.
Non dopo che pensavo di aver perso il mio sogno più grande, in un soffio.Avevo trascurato tutto il mondo comune che mi circondava per raggiungere ciò che stava per tramutarsi nel mio sogno perfetto, di cui ormai ero succube. Ma era troppo forse , troppo pericoloso per me… e io mi sentivo piccola e impotente per reagire.
Al mio fianco tenevo
il cellulare, su cui avevo visto un suo squillo.
Ma non risposi. Non
volevo rispondere, non in quel momento. Per la prima volta scoprii
cos’era la paura, e mi sentivo una bambina incapace di reagire e
affrontare i problemi. Ma il problema era forse troppo grande per
chiunque l'avesse affrontato.
Poi il suono di un messaggio arrivato sul cellulare catturò la mia attenzione:
"Ti prego…perdonami.” lessi.
Altre lacrime accompagnarono il rumore della pioggia, che cadeva incessante sulle rovine del muro che tanti anni fa divideva Berlino, e che quella sera sembrava più buia del solito.
Poi il suono di un messaggio arrivato sul cellulare catturò la mia attenzione:
"Ti prego…perdonami.” lessi.
Altre lacrime accompagnarono il rumore della pioggia, che cadeva incessante sulle rovine del muro che tanti anni fa divideva Berlino, e che quella sera sembrava più buia del solito.
Il riflesso del suo
viso... mi sembrava di vederlo disegnato dalle gocce di pioggia che
cadevano battendo sulla finestra, per poi confondersi con le altre.
Tra le mani avevo
una scatola che conteneva tante foto scattate fino ad allora con la
mia reflex.
Attimi
di felicità? Sorrisi,
abbracci ....le più grandi emozioni tutte racchiuse in alcune foto
ricordo. E proprio mentre sfogliavo quelle immagini ne trovai una
che mi fece sussultare il cuore dalla paura.
Era una foto dei resti del Muro di Berlino, ma lì davanti in realtà c’era qualcuno … solo che non si vedeva!
Una lacrima, ricordando quel momento, scese giù bagnando la figura fantasma che immaginavo impressa in quel pezzo di carta.
Ragione e Amore: odiavo il legame tra loro. Avrei voluto essere ragionevole, ma non ce la facevo. Essere invaghita dell’Amore era più forte di me, e forse da quel giorno avevo perso la testa per la persona sbagliata.
Era una foto dei resti del Muro di Berlino, ma lì davanti in realtà c’era qualcuno … solo che non si vedeva!
Una lacrima, ricordando quel momento, scese giù bagnando la figura fantasma che immaginavo impressa in quel pezzo di carta.
Ragione e Amore: odiavo il legame tra loro. Avrei voluto essere ragionevole, ma non ce la facevo. Essere invaghita dell’Amore era più forte di me, e forse da quel giorno avevo perso la testa per la persona sbagliata.
Appoggiai quella
foto sul tavolo, accanto al cellulare. Era come se mi aspettassi che
i suoi messaggi, che ricevevo sul cellulare, animassero la foto....
che stupida! Avevo paura di incontrarlo, ma volevo che lui tornasse
da me. Avevo davvero perso la ragione!
Subito dopo pescai
un altra foto: era vecchissima, ormai quasi sbiadita dal tempo. Era
una delle prime foto che gli fecero, una delle prime nella storia
dell'uomo.
Era così ingiallita e segnata dal tempo da parer semplicemente un foglio scolorito.
Era così ingiallita e segnata dal tempo da parer semplicemente un foglio scolorito.
Era
tutta stropicciata, ruvida, e c’era ritratta la sua figura,
bellissima e seducente …. così mi diceva.
Ma non c’era. Era
forse colpa della macchina fotografica sfocata?
“No…no non è
stata per colpa della macchina…”mi spiegò un giorno Erik,
tenendomi tra le sue braccia e baciandomi il collo, mentre eravamo
sulla stessa poltrona su cui ero seduta in quel momento. Quanto era
bello sentire il suo respiro, quanto era stupendo sentire la sua voce
penetrante e sensuale!
“E allora perché
è così? Il tempo?” chiesi. Rivolsi il mio sguardo verso il suo,
malinconico e cupo come il cielo di quella notte senza stelle.
In quell’istante
sentii una terribile voglia di baciarlo, così, senza un motivo. Ma
lui mi fermò. Perché doveva fermarmi se sapevo benissimo che mi
voleva? Cosa lo fermava in certi momenti, che parevano magia?
“Non è stato il
tempo a cancellare la mia sagoma… quello è stato il destino… che
ha voluto così.” Disse accarezzandomi il volto. Ecco che la magia
era ritornata tra noi, dopo una risposta di cui non capivo il senso.
“il …. Destino?”
chiesi perplessa.
“Già… lui, quel
dannato che si fa chiamare Destino.... è sempre stato crudele con
me. Sin da quando ho preso vita.” Disse prendendomi dalle mani la
foto.
Come erano fredde le
sue mani! Il mistero che più si celava in lui era proprio il suo
passato. Non ne conoscevo tratti, né parole.
Avevo solo il
ritratto davanti a me di un ragazzo dolce e premuroso, conosciuto per
caso in una notte dal bianco candore.
Erik osservò per
molto tempo la foto in silenzio, e poi mi guardò.
“Cosa c’è?”
chiesi ancora dubbiosa delle sue intenzioni.
Infine mi sorrise,
allungandomi la foto.
“Sei la custode
della mia vita ormai…. Perché non puoi esserlo anche della mia
immagine?”chiese lui.
“Custode della tua
vita? Posso reputarmi … fortunata allora?” chiesi e infine
qualcosa, come una calamita, ci spinse a congiungerci in un bacio che
pareva non finisse mai.
Proprio allora ,
nella piccola mansarda piena di foto e ricordi, ci eravamo messi
insieme. Ero ufficialmente la sua ragazza, colei che custodiva i suoi
ricordi più preziosi, il suo cuore.
Ancora non capivo
perché ero diventata persino la custode della sua vita. Quella
fiducia, affidatami così, come se fosse stato un mazzo di chiavi di
casa.
Ogni tanto me lo
chiedevo… e non trovavo le risposte.
Pescai un altra
foto, su cui era ritratta una rosa rossa che posava sulla neve. E
dietro con lo scotch c'era attaccato un biglietto: “Spero
che la rosa ti torni utile. E che l’istinto ti possa aiutare.”
Mi aveva
aiutata da quel giorno a ritrovare me stessa, grazie alla mia
passione: la fotografia.
Quel
giorno la neve stava invadendo i marciapiedi della città, mentre
camminavo verso la strada di casa. Avevo appena finito di lavorare, e
quella stessa sera mi avrebbe atteso il corso di fotografia, a cui
dovevo portare alcune foto per un progetto. Il tema? I fiori. Facile,
no?
No, non
lo era per niente. Non lo era per una che lavorava e non aveva mai
tempo per fare tutto...e per di più in inverno! L’unico aiuto che
potevo avere era seguire l’istinto che mi avrebbe portato ad una
possibile ispirazione.
Dopo
qualche istante vidi qualcosa in lontananza sulla neve. Aveva un
colore così acceso e intenso che non capivo di cosa si potesse
trattare. Mi avvicinai sempre di più e…. vidi una rosa.
Una rosa
rossa, bellissima, e sopra di essa c’era appoggiato un biglietto lo
stesso che in seguito attaccai al retro della foto.
“Un
momento…” pensai. L’istinto aveva colpito nel segno, e così
seguii il mio intuito: presi la mia reflex che tenevo sempre in borsa
e iniziai a scattare foto in diverse prospettive di quella rosa con
sopra il misterioso biglietto.
Ne feci
diverse e il risultato era davvero strepitoso. La mia reflex non
falliva mai la sua missione di regalarmi scatti e catturare momenti,
forse, irripetibili.
Quella
rosa, lasciata così con un messaggio sul marciapiede, era un dono
del cielo? Ovviamente no. C'era lui di mezzo, sempre lui, Erik.
Chissà perchè sapeva cogliermi nei momenti di difficoltà e...
salvarmi. Sì, perchè quella sera avevo vinto come miglior progetto!
Che soddisfazione.
Mi
scappò un sorriso in quel momento, mentre appoggiai la foto accanto
al telefono, insieme alle altre.
Ne
pescai un altra: era Berlino vista dalla sede del Parlamento. Altre
prospettive d'una vita che stava prendendo la strada della
spensieratezza, della felicità e... dell'amore.
L'amore
per un uomo che voleva cambiarmi in meglio, così voleva farmi
credere.
Tante foto, di me , di luoghi, di persone scorrevano tra le mie mani
tremanti.
Chiusi la scatola di scatti fotografici d'una vita vissuta
nell'illusione di vivere felice nonostante la mia solitudine e il mio
passato. Le foto che avevo scelto stavano appoggiate accanto al
cellulare. Guardandole mi resi conto che erano gli scatti più belli
della mia vita. Se ci fossero stati i miei genitori ne sarebbero
stati fieri.
Ad un tratto sentii un grande gelo. No, non era il freddo di Novembre
che trapassava i sottili muri bianchi di casa.
Era lui. Sapevo che era arrivato, perchè mi sentivo osservata....e
non mi ero sbagliata!
Mi voltai verso la finestra: la sua sagoma stava fuori dalla finestra
e mi osservava come un fantasma. I suoi occhi erano rossi come il
sangue, come quello che aveva consumato qualche sera prima
inaspettatamente davanti ai miei occhi. Mi aveva protetta da uno
sconosciuto che mi avrebbe fatto del male solo per qualche spicciolo.
Ma lui era un mostro, e chissà cosa avrebbe potuto farmi se Frank
non fosse intervenuto.
Frank, il ragazzo che ammiravo dal liceo, e mai mi aveva degnata
d'uno sguardo... si preoccupava per me e mi proteggeva, così di
punto in bianco? Lui sapeva da tempo della reale vita di Erik, ma non
pensava che lui si potesse avvicinare tanto a me, dopo la morte dei
miei genitori.
Perchè non mi aveva detto nulla sin dall'inizio? Che cosa ero io
realmente? Un' esca per catturare una creatura sovrannaturale?
“Ci siamo quasi Hylda... resisti, e non ti accadrà nulla. Ti
proteggerò io, come promisi a tuo padre.” disse Frank prima di
lasciarmi sola nella mia casa, dopo esser scappati da quello che era
ormai risultato un vampiro. Erik, un mostro....no, non lo accettavo,
non ci credevo!
Eppure la sua bocca intrisa del sangue del rapinatore la vedevo
ancora davanti a me.>

2 commenti:
bello,a mio parere scritto bene....brava ^_^
^_^ grazie grazie! Momo ne è entusiasta! a presto!*.*
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